NOMADIC LANDSCAPE ELEMENTS 25.01.13 - 09.03.13 Adiacenze, Bologna.


WALK ON THE WILD SIDE NATURE 
Walk on the wild side è la quinta traccia di Transformer, primo album solista di Lou Reed pubblicato 
nel 1972. Contrariamente a quanto si creda, questa canzone è un omaggio al romanzo scritto da Nelson 
Algren nel 1956 A Walk on the Wild Side, uno dei veri romanzi beat di quella generazione, una reale 
passeggiata sul lato selvaggio della vita.
Non vi è apparentemente niente in comune tra quanto detto sopra e i lavori “uniti” dalla volontà 
concettuale condivisa di Luca Coclite e Andreco. Poi, immergendosi letteralmente nel lato selvaggio 
di una natura, ora più che mai, vissuta, sentita e riutilizzata come pretesto simbolico, qualcosa 
si affianca all’immaginario sonoro della canzone di Lou Reed. Che siano gli interventi a olio su 
carta di Andreco, le fotografie anagrammate di Luca Coclite, la piccola felce di Andreco o il 
rendering mappato su due finestre dello spazio espostivo di Luca Coclite, il discorso cambia di poco. 
Benvenuti in una lunga e continua passeggiata su due nature, due paesaggi, due lati differenti 
della stessa strada: un cammino che ha avvicinato i due artisti, che hanno certo due approcci 
opposti al trattamento della Natura ma che poi, lentamente, si ritrovano in alcuni momenti del 
percorso scoprendosi diversi ma simili.
Il punto costante, l’elemento pulsante, è il dato naturale, in ogni suo minimo passaggio, dal 
primo istante vitale fino all’inevitabile esplosione nello spazio e nel tempo. Vediamo allora 
Andreco che, scientificamente, procede nella fase iniziale prolungandone i passaggi al fine di 
poterne anche osservare punti ancora sconosciuti (e i sei dipinti a olio su carta che mostrano 
l’evoluzione del minerale appoggiano tale riflessione). In questo lavoro, reso tramite una 
semplificazione stilistica, oramai segno e firma dell’artista, vi è tutto il percorso e gli 
intrecci storici scientifici che affascinano da sempre Andreco. Un viaggio rigoroso che estroflette 
visioni e metafore private ed introflette analisi e ricerche di differenti metodologie. 
Due idee di espansione biologica/emotiva il cui dato analitico/introspettivo pervade entrambi i 
lavori e che invita lo spettatore a iniziare con gli autori un cammino psico geografico, 
un’esperienza in continua crescita nella quale l’omologazione e duplicazione del paesaggio, 
constantemente presente nella ricerca di Luca Coclite, porta la mostra a strutturarsi su vari 
livelli fisici e mentali.
Nel lavoro di Luca Coclite è il processo sull’immagine di natura e di paesaggio e non il loro 
valore simbolico/concettuale a tenere in pugno l’intera ricerca e quando il prodotto video o 
fotografico viene finalmente esposto ciò che resta è il residuo visivo di partenza, una minima 
traccia di identità paesaggistica che si piega allo sguardo di Coclite, e non il contrario. 
Non si può non fare a meno di notare l’intrinseca necessità di tornare al dato naturale come a un 
possibile interstizio residuo di ciò che definisce l’abitare urbano contemporaneo, quasi che i due 
autori tentassero una nuova definizione di sguardo, una nuova proposta di ricerca analitica, anche 
quando quelle stesse visioni sembrano essere rubate da un treno in corsa o da un piccolo taccuino 
di studio. 

Fabiola Naldi "testo critico della mostra NOMADIC LANDSCAPE ELEMENTS, doppia personale, 
Luca Coclite e Andreco, Adiacenze, Bologna.

Video-shoot of mounting exhibition "Nomadic Landscape Elements"





 "Paesaggio con errore" seven digital prints on forex, 19x36cm, 2013 
  installation view, Adiacenze Bologna.
 
                            


 "Hiding Place for Horizons" video site-specific(loop),double channel,sound,
  2013. Adiacenze, Bologna.



 "Conversazione Aptica di fine giornata" videoHD,color,sound, 2013.
  Installation view, Adiacenze, Bologna.




"NOMADIC LANDSCAPE ELEMENTS" Luca coclite-Andreco,videoHD,color,sound,2013.Still from video.





TURBARE TURBACO


Scena, elementi, pesi narrativi

Il concetto è molto semplice: il paesaggio nasce quando si decide di apparecchiare una scena naturale. Il paesaggio è un 
allestimento visivo, frutto di una creazione, di un punto di vista. L’immagine forse più famosa che racconta il semplice 
concetto è “Vulcano d’aria di Turbaco”, incisione tratta dalle Vues des Cordillères et monuments des peuples indigènes de 
l’Amérique, l’atlante pittoresco pubblicato a Parigi nel 1810 da Alexander von Humboldt.

Cosa curiosa: grande stupore ed elettrizzante scrolling down nel trovare su archive.org Vues des Cordilères… completamente 
consultabile e scaricabile in PDF, digitalizzato e reso disponibile dalla sponsorizzazione della University of Ottawa. 
Eppure la tavola 41 (Turbaco) non c’è. Piuttosto, tra i commons in rete, c’è Google Books a darci la possibilità di ammirare 
l’incisione, non dentro l’atlante di von Humboldt ma all’interno di Il costume antico e moderno o storia del governo, 
della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni, provata coi monumenti 
dell'antichità e rappresentata cogli analoghi disegni dal dottor Giulio Ferrario, del 1826, anch’esso peraltro su archive.org, 
grazie in questo caso alla University of Illinois Urbana-Champaign. Altro scrolling down! In fondo c’è la lista delle tavole! 
Eppure non compare il Vulcano d’aria. Congiura contro Turbaco.

Cosa sto raccontando? Un lavoro di estrazione dal contesto. La tavola è a sua volta frutto di una scena ben più ampia, di un 
milieu culturale, fuori dal quale assume un valore “alterato”. Non farcela trovare è un ottimo modo per disattendere alla 
missione dell’illustrazione, che è veder scomparire la propria individualità, la propria natura di “elemento” importante quanto 
gli altri. Presentificare una cosa assente equivale ad aumentarne il peso specifico. Non c’è ma si sente. La cosa curiosa è 
una parabola che racconta di come una scena è turbata dall’isolamento di una delle sue parti. Ipotesi: forse la 
standardizzazione è la costruzione di scene dalle quali è impossibile estrarre un elemento e dare a esso un peso superiore 
ai suoi pari, per esempio facendolo scomparire? 

Dice Farinelli, nel saggio “L’arguzia del paesaggio”, contenuto nell’insuperato I segni del mondo. Immagine cartografica e 
discorso geografico in età moderna (La Nuova Italia, Firenze 1992)

“Da insieme di cose esistenti, e perciò tangibili e numerabili, si inizia a guardare ora al paesaggio (si torna in realtà a 
guardare, e si vedrà tra poco) come ad un universo di cose sussistenti, dunque che non si possono né toccare né vedere: di 
nuovo, ma in maniera irriflessa, esso assume non più l’aspetto di un complesso di oggetti, ma la natura di una maniera di vedere.”

Von Humboldt andava in Sud America e chiedeva a chi era preposto alla restituzione visiva del mondo visitato (la persona 
che illustrava) di apparecchiare la scena perché fosse apprezzabile e comprensibile (e, in un certo senso manipolatorio, 
comprensibile secondo certi termini) alla comunità di ricezione dei dati scritti. Siamo all’interno della Erdkunde, la geografia 
critica, “picco di coscienza scientifica della geografia borghese”, che assume con consapevolezza un punto di vista. Turbaco 
(mettimi qui i vulcanetti, lì la palma, non là, ho detto lì) è esempio dello sguardo critico e costruttivista. In questi casi 
si parla a volte di “tipico”, “pittoresco”, “souvenir”; ma allora non è altrettanto bizzarro Humboldt vestito di tutto punto, 
col cilindro in testa, “in perfetta tenuta da boulevard”, che parla con un indigeno nudo? Nient’affatto, e Farinelli (ivi) 
redarguisce il redarguente Blumemberg (de La leggibilità del mondo) – che si fa beffa del bizzarro modo di vestire del 
geografo - perché quello non capisce che l’abbigliamento fa parte della scena. Anzi, tutto ciò dice molto dell’ironia intrinseca 
del meccanismo di creazione di un paesaggio (la capacità creativa dell’allestimento), che in sé attiva gli stessi meccanismi 
del motto di spirito freudiano (Witz), sostiene sempre Farinelli (sempre ivi).

Non solo, aggiungerei: Blumemberg isola un elemento, dà troppo peso specifico a qualcosa che nel contesto di ricezione ha funzione 
normalizzante, e non sta lì come elemento che più di altri deve essere notato. Tornando in qua, provo a darne una spiegazione 
semiotica. La scena equivale al “discorso”, alla superficie dell’oggetto di analisi che dobbiamo affrontare. In detta superficie, 
ci sono cose che hanno peso diverso, che ora possiamo chiamare non specifico ma narrativo. In qualsiasi scena o discorso, 
qualunque elemento (umano, non umano, ambientale, artificiale) ha potenzialità di assumere un ruolo che determina la direzione 
narrativa della scena. Ciò che davvero determina chi o cosa assume importanza nella narratività di un discorso è la rete di 
relazioni, e la messa in sequenza degli elementi collegati da detta rete. Lo sapevano bene i lettristi psicogeografi, che 
lavoravano non sugli elementi in sé, ma sulla loro sequenza (destabilizzante nella Parigi haussmanniana). O, ancora, sempre 
i lettristi, al momento di allestire il Potlach, e i collage semantici dei détournement. Leggi: straniamento uguale alterazione 
della normalità di un peso narrativo. Ma come fare se gli elementi standardizzati ci sembrano impossibilitati a emergere da un 
insieme standardizzato?

Primo: tutto ciò non è la realtà, ma un effetto di senso. Secondo: posto che nel paesaggio standardizzato non abbiamo elementi 
in grado di esprimere, “dentro” la scena, un peso narrativo che li faccia emergere sull’insieme, allora la logica costruttivista 
si basi sul singolo elemento (vedi Andreco e Luca Coclite). Costruiamolo da zero assumendo la coscienza critica di un punto 
di vista. Alla presentificazione di un’assenza si sostituisca la presentificazione di un isolamento. La logica critica si 
concentri nel confezionare l’elemento. Che, una volta buttato nella scena, la scompaginerà.

Anzi, l’elemento farà scena a sé.

Turbando l’insieme.

Gaspare Caliri per NOMADIC LANDSCAPE ELEMENTS,Adiacenze,Bologna.